[Recensione] La coscienza di Zeno di Italo Svevo


Cari Fenilettori/ttrici, come prosegue la vostra estate? Spero bene. Oggi condivido con voi un classico della letteratura italiana: “La coscienza di Zeno”. Si tratta del più noto dei romanzi di Italo Svevo arrivato dopo un lungo periodo di inattività da parte dell’autore.

Adolescenza, amori, malintesi che talvolta sanno di comico, incomprensioni, gelosie, passioni e dissidi economici si mescolano in un’autobiografia un po’ inconsueta in quanto priva di un preciso ordine cronologico ma non per questo frammentaria dal punto di vista narrativo.

Il suo protagonista, Zeno Cosini, accetta di scriverla su indicazione del suo psicanalista, il dottor S., alle cui cure si affida per guarire dal vizio del fumo di cui è vittima sin dalla giovane età. Con essa egli ripercorre, in un alternarsi di passato e presente, alcune delle tappe fondamentali del suo vissuto che possono rivelarsi determinanti per la sua guarigione: la morte del padre, il suo matrimonio con Augusta, il tradimento alla moglie con la giovane Carla, la storia dell’attività commerciale con suo cognato Guido Speier, il suo sconvolgimento dinanzi alla guerra (il primo conflitto mondiale) e le sue considerazioni sull’inutilità della psicoanalisi.

Pagina dopo pagina emerge la natura di Zeno, un eterno indeciso, incapace di assumere con determinazione qualsivoglia decisione e, per contro, la vera malattia di cui egli soffre, la malattia di vivere. Il suo animo è continuamente diviso tra i suoi buoni propositi e i suoi fallimenti. Vuole smettere di fumare  e “u. s.”, ultima sigaretta, diventa su libri e muri, la manifestazione di una volontà che non trova adempimento sebbene lui sia convinto che liberandosi da essa, si libererà da ogni male. Ma a nulla vale neanche la sua decisione di ricoverarsi in una casa di cura da cui scappa dopo aver corrotto un’infermiera con una bottiglia di cognac.

Zeno vuole bene a suo padre, ma ciò nonostante non riesce a conquistare la sua stima: passa da una facoltà universitaria ad un’altra senza concludere alcun percorso, è un incapace e per questo nemmeno alla morte del padre gestirà autonomamente il patrimonio di famiglia affidato invece al più saggio amministratore Olivi. Il rapporto con il padre non è scevro di incomprensioni, l’ultima delle quali si evidenzia proprio alla morte del genitore: colpito da edema cerebrale, l’uomo su parere del medico dovrebbe restare il più possibile a letto. Zeno, già accusato dal dottore di mancare di affetto verso suo padre, è deciso a costringere quest’ultimo al riposo prescrittogli; l’uomo però si ribella e, con un ultimo sforzo, si mette in piedi, alza la mano e poi la lascia ricadere sulla guancia del figlio. A Zeno rimarrà sempre il dubbio sulla natura di quell’ultimo gesto: si è trattato di un atto involontario o il padre ha inteso ancora una volta far prevalere la sua forza sul figlio?

Zeno incontrerà Giovanni Malfenti, abile uomo d’affari, a cui si legherà cercando di ritrovare in lui una figura paterna. Venuto a conoscenza della bellezza delle quattro figlie del Malfenti, inizia a frequentare la di lui casa. Nasce così il primo lapsus freudiano del romanzo: colpito dalla bellezza di Ada, e respinto sia da lei sia da Alberta, finisce col compromettersi con la più brutta ma virtuosa tra le fanciulle, Augusta, la quale, benché consapevole dell’amore dell’uomo per la sorella, accetterà ugualmente di sposarlo. Ma è propria Augusta la scelta dettata dall’inconscio di Zeno, la donna giusta per lui: egli imparerà a stimare ed amare la moglie, ma non di un amore assoluto e fedele. La tradirà con la giovane Carla, sedotta sulla base di un iniziale equivoco. Non può fare a meno di Augusta e della devozione che ella gli porta, ha dei rimorsi per questa relazione ma allo stesso tempo non può fare a meno di Carla che lo sottrae alla noia del suo matrimonio. Si tratta di un’avventura dalla quale sembra che egli non debba temere nulla, fin quando a Carla non sorge il desiderio di voler apparire con lui in pubblico. A questo segue poi la richiesta di voler vedere la moglie di Zeno: Carla promette che non le si avvicinerà e l’uomo accetta. Intende legare ancora di più a sé la sua amante che nel frattempo ha ricevuto dal suo nuovo maestro di canto una proposta di matrimonio; per questo motivo si convince che quanto più bella sarebbe stata sua moglie tanto più Carla avrebbe apprezzato l’uomo che la stava sacrificando per lei. Finisce così che Zeno indica Ada quale sua moglie. Carla s’avvede che la bellezza di Ada è offuscata da un velo di tristezza: pensa che la donna abbia scoperto il tradimento del marito e decide di troncare la sua relazione con Zeno. L’uomo non vuole arrendersi ma dovrà sottostare a tale decisione.

Ad Ada, invece, Zeno non può che manifestare un amore fraterno: la più bella tra le giovani Malfenti sposa Guido Speier, verso il quale Zeno ha provato un’iniziale gelosia. L’uomo è incline al tradimento, cosa che di fatto suscita la gelosia e l’infelicità di Ada. Ma Guido e Zeno diventano amici e danno vita ad un’associazione commerciale destinata però al fallimento per le incapacità del giovane Speier. Guido si suicida e Zeno, per errore, prende parte al funerale di un altro in luogo di quello del cognato. Ecco il secondo lapsus freudiano: l’odio che ha sempre provato per Guido è, secondo Ada, il vero motivo dell’assenza di Zeno al funerale. A nulla valgono i tentativi dell’uomo, che in quegli stessi momenti era intento a recuperare parte del patrimonio perduto, di convincere Ada della sua innocenza.

Il dottor S. parla di inconscio, di “sindrome edipica”, ma nell’ultima parte del romanzo “Psico-analisi”, Zeno mostra il suo rifiuto per la psicoanalisi e si definisce ormai guarito di quella malattia interiore che ora sa essere condizione di tutta l’umanità: solo il verificarsi di una catastrofe, provocata da un ordigno creato dalla mano dell’uomo, potrà permettere alla terra di guarire da parassiti e malattie.

“La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie e ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio. ... Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori dal suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò,quasi sempre manca in chi li usa.”

Commenti

  1. Da quando leggo mi è sempre dispiaciuto pensare che a scuola odiassi leggere! Forse per il modo in cui ci facevano studiare o altro, non ho mai apprezzato a fondo queste letture. Ora invece mi piacerebbe molto comprare questi classici e rileggerli, perchè so che li leggerei con un altro occhio :)

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  2. Non l'ho mai letto, ma c'e' sempre una prima volta

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  3. io zeno e italo dobbiamo assolutamente riappacificarci...
    Lessi quest'autore in occasione di un esame universitario e non sono riuscita a trovare un feeling... Sarà il caso di riprovarci? magari proprio da Zeno ^:_^

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    1. Certo che potresti riprovarci, chissà poi che non ti piaccia. Se lo farai fammi sapere se l'opera è stata di tuo gradimento :)

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