Giulia Tofana, l'avvelenatrice di Trastevere

Oggi vi raccontiamo di un'altra nota avvelenatrice. Ritorniamo a Roma, a distanza di secoli, e vi parliamo di Giulia Tofana

Di lei abbiamo poche notizie biografiche, per lo più lacunose. Sappiamo che fu cortigiana della corte di Filippo IV di Spagna. Nel 1659 fu condannata e giustiziata a Campo de' Fiori insieme alla figlia Girolama.

Giulia Tofana o Toffana è un'assassina seriale che pare abbia venduto, solo a Roma, tra il 1633 e il 1651, veleno sufficiente a uccidere 600 uomini. Tale eccidio fu chiamato “il sordo macello dei mariti”.
Le sue origini e la data di nascita non sono certe, molto probabilmente era figlia (o nipote) di Thofania d'Adamo, giustiziata a Palermo il 12 luglio 1633 perché accusata di aver avvelenato il marito. Secondo alcune fonti fu la stessa Thofania a inventare l'acqua tofana, un veleno inodore e insapore, di cui la figlia Giulia elaborò la formula ampliando poi il mercato di vendita del prodotto. 
Rimasta orfana in giovane età, analfabeta e priva di qualsiasi rudimento culturale, Giulia sopravvisse vendendo il proprio corpo a uomini di ogni estrazione sociale, divenendo ricca e potente grazie alla sua conoscenza dei veleni.

Dopo l'esecuzione di Thofania infatti, uscendo dai confini palermitani, vendette il veleno a Napoli e Roma. In questo losco traffico, rivolto a donne insoddisfatte dei propri matrimoni, in un'epoca in cui il divorzio non era contemplato, coinvolse anche la figlia Girolama Spera. 
L'acqua tofana era un veleno estremamente efficace, bastava una piccola quantità per procurare una morte priva di sintomi, celando in tal modo l'assassinio. Essa conteneva arsenico, piombo e, probabilmente, belladonna.

Giulia, come dicevamo, coinvolse anche la figlia Girolama in questa crudele arte di "liberare" mogli sfortunate da mariti indesiderati, e “l’astroliga della Longara”, così come era detta Girolama, nel giro di poco tempo, superò la perizia materna. Entrambe avevano migliorato la pozione velenosa, rendendola micidiale. 
A un certo punto della sua carriera criminale, Giulia Tofana fu denunciata da un marito sopravvissuto a un tentativo di avvelenamento.
Arrivò la Santa Inquisizione. Giulia scappò insieme a un frate, Girolamo o forse Nicodemo, con il quale andò a Roma. Si sistemarono in un bel appartamento a Trastevere, pagato dal frate, amante fisso della donna.

Qui Giulia continuò il suo mercato grazie a un parente dell'ecclesiastico, speziale in un altro convento di Roma, che la rifornì per anni di tutte le materie prime necessarie alla produzione del veleno.
Tutto procedette in tal senso fino all'errore fatale di una cliente della donna. Furono avviate una serie di indagini che condussero a Giulia Tofana.

La donna fu imprigionata e torturata. Fu sotto tortura che ammise d'aver venduto, la maggior parte nella città di Roma, veleno sufficiente a uccidere 600 uomini.
Nell'anno 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, a Campo de' Fiori, insieme alla figlia, o sorella, Girolama, agli apprendisti delle donne e alcune mogli accusate di avere avvelenato i rispettivi mariti.


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