[BLOGTOUR] L’Ultima mano di burraco di Serena Venditto

IL LIBRO

Chiaia, centro storico di Napoli. Dopo una cena in famiglia con la moglie e i figli che si è conclusa con una partita a buratto, rimasto solo in casa, Temistocle Serra, un illustre professore universitario in pensione, muore. Omicidio, suicidio o morte naturale?Stabilire le cause del decesso spetta alla polizia, ma c’è una cosa che le forze dell’ordine proprio non possono fare: interpretare una sequenza di carte da gioco che l’uomo ha lasciato disposte sul lavoro.Un messaggio in codice, forse, come nei romanzi gialli dell’età dell’oro.Cosa voleva indicare il professore con quella sequenza di carte? Forse il nome del suo assassino? E soprattutto: chi era davvero Temistocle Serra? E chi meglio di Malù, archeologa col vizio della letteratura gialla, può aiutare a decifrare il misterioso codice? E con lei, tutti gli inquilini dell’interno 5 di via Atri 36, compreso il gatto nero Mycroft e il suo fiuto infallibile. 

AUTRICE 

Serena Venditto è nata nel 1980 a Napoli, dove lavora al Museo Archeologico Nazionale. Ha esordito con la commedia Le intolleranzeelementari (Homo Scrivens, 2012). Nel 2018 ha pubblicato con Mondadori Aria di neve, il primo volume della serie gialla dedicata al gatto Mycroft e ai quattro coinquilini di via Atri 36, che, apparsa per la prima volta in libreria per Homo Scrivens, ha già ricevuto numerosi riconoscimenti e segnalazioni (Premio Nabokov, Premio della critica Costadamalfi, Garfagnana in Giallo, Festival Giallo Garda). Nel 2018 ha ricevuto il premio Napoli Cultural Classic e il premio Masaniello. Cura la rubrica “Bar Sport” per il portale Napoliclick. 

CITAZIONI


Aria di neve

«Andrea mi ha lasciata, è scappato di notte con tutti i suoi vestiti, come un ladro.»
Era la prima volta che articolavo questo pensiero in una frase: da quando avevo trovato l’armadio vuoto non ne avevo parlato con nessuno, quasi neanche con me stessa, e sentire un riassunto così preciso e stringato della situazione dalla mia voce mi fece un effetto strano. Stordente, ma benefico. Come un ladro: della mia vita con Andrea ora riuscivo a visualizzare solo un’immagine fumettistica, un incrocio fra Lupin e Macchia Nera che scavalca nottetempo una finestra con un fagotto di vestiti (suoi) e abbandona nel letto debolmente illuminato dalla luce lunare una dolce fanciulla che dorme placida e ignara di quanto sta accadendo. L’immagine, molto reale, di un autentico stronzo.

Riempii la vasca da bagno di acqua bollente, e quando fu piena e fumante mi ci immersi dentro, tenendo a destra una sigaretta e a sinistra due dita di whiskey (è vero che l’alcol non risolve i problemi, ma è anche vero che non ho mai sentito nessuno uscire dai guai con l’orzata).

Dopo parecchi squilli mi rispose una voce maschile: «Porònto?».
«Eh?» Porònto? Ma con chi stavo parlando?
«Chi parlare? Io Kobe!»
Decisi di adeguarmi ai tempi verbali del mio interlocutore.
«Pronto, io Ariel, amica di amica di Malù, chiamare per stanza singola! Quando potere vederla?»
Attimo di silenzio.
«Perché tu parla così strano? Comunque… Sì, stanza è libera, se vuoi puoi vedere anche oggi pomeriggio. Poi tu decidere se è tempo che ciliegio fiorisce.»

L’annuncio diceva: Fittasi a studenti o lavoratori stanza singola ampia e luminosa in appartamento di quattro stanze con cucina abitabile e due bagni. Astenersi persone inutilmente rumorose, senza immaginazione, juventini ed elettori del PdL.
Anche senza sapere che quello era il 36 di via Atri, immaginai di trovarmi nel posto giusto. In verità, ci speravo.

La cucina era disordinata, incasinatissima – una catasta di panni da stirare in un angolo, una pila di riviste in un altro, una piramide di libri sul divano – ma di quel disordine che non avvilisce, che mette solo allegria. Quel disordine che ha un suo proprio ordine, piacevolmente immaginifico. Un disordine un po’ cubista, ecco.

«Un’archeologa molisana che legge gialli dalla mattina alla sera e ragiona come Sherlock Holmes, un pianista giapponese geloso come un siciliano da barzelletta ma dalla parlata elegante quanto sgrammaticata, un gatto nero che si intromette costantemente nei discorsi degli umani... ah, dimenticavo la portiera che fa domande in latino e la vicina di casa musicista bella come una fotomodella. E tu chi sei?»

Una sera anche Samuel, come mia madre, mi chiese cosa ci facessi ancora a Napoli. «Perché amo guardare il mare in tempesta, grigio e bianco, che in una mattina di gennaio si infrange sugli scogli intorno Castel dell’Ovo e pensare che sembra Oslo; mi piace leggere un libro su una panchina della Villa Comunale in un pomeriggio di sole, quando non si ha proprio nulla da fare; andare a vedere un film a luglio all’arena del Parco del Poggio, con lo schermo che sembra sorgere dal laghetto artificiale, e godermi la sensazione di avere un po’ freddo; bere una birra a piazza Bellini a dicembre in maniche di camicia; e poi adoro il silenzio irreale che c’è prima della partita; mi fa impazzire spulciare nelle bancarelle a Port’Alba e andarmene via con le mani sporche di polvere, il naso che pizzica, e un paio di libri seminuovi nella borsa; e trovo che la pizza a portafoglio sia una delle grandi istituzioni del vivere civile.»
Questo gli dissi, più o meno. La risposta gli piacque, e annuì convinto arricciando le labbra. Da allora non me lo ha mai più chiesto.

Fu così che per la prima volta nella mia vita mi trovai costretta a dare ragione a mia madre, che – anche se quando conobbe papà in inglese sapeva dire solo: “My name is Lucia” – una volta mi disse: «La maggior parte delle persone le puoi semplicemente conoscere. Le incontri, ne ascolti la voce, la storia, l’odore. Impari a capire come prendono il caffè, se fumano o no, cosa leggono. Possono esserti simpatiche oppure odiose, puoi amarle tutta la vita o decidere di volerne dimenticare anche il nome. Puoi cambiare idea, certo che puoi farlo.
Sono le persone che conosci. Poi, ci sono quelle che riconosci.
Vengono dal tuo stesso pianeta, e basta sentire il calore della mano, oppure osservare la ruga accanto agli occhi mentre ti sorridono per la prima volta per saperlo.
E con loro anche il silenzio ha un suono diverso.»

Oltre la soglia si apriva quello che potrei tranquillamente definire il paradiso del giallista. Tre pareti su quattro erano rivestite da librerie che contenevano gialli di ogni tempo e luogo: da Conan Doyle a Camilleri, da Stout a Vargas, da Agatha Christie a de Giovanni, da Chesterton a Malvaldi, da Asimov a Carofiglio: se ci era scappato il morto, si trovava nella libreria di Malù.

«A pensarci bene quello dell’archeologo non è un lavoro molto diverso da quello di un poliziotto, no?» disse ammiccando. «Scopri gli indizi, valuti la scena del crimine, stai attento a che nessuno alteri le prove... ti stupiresti di vedere quanto c’è in comune fra il mio lavoro e quello di un ispettore! A volte mi sento come Poirot, e forse anche il lavoro che ho scelto dipende dal fatto che, oltre a non avere nessuna intenzione di lavorare nel caseificio di papà, ho cominciato a leggere gialli appena ho smesso con le favole.»

«Raccontare un amore felice è un’operazione difficilissima per chi la esegue, e di una noia mortale per chi la ascolta»: non mi ricordo chi l’ha detto o scritto, potrebbe essere stato Hemingway o un mio collega dell’università, comunque mi rendo conto ora che, chiunque fosse, aveva ragione. Anche se la nostra non era una storia d’amore, ma una convivenza a cinque (quattro umani e un felino), era qualcosa di talmente equilibrato e naturale che a descriverlo sembra quasi noioso.

Da un cesto pieno di asciugamani riposto in un angolo del bagno, un paio di occhietti verdi mi fissavano. Poi gli asciugamani si mossero e venne fuori un gatto nero, con un pelo lungo e folto e due occhi verdi insolitamente tondi. Prese a camminare sul bordo della vasca come un equilibrista, ancheggiando sinuoso, e si sedette con aria regale e un po’ indispettita, senza staccarmi gli occhi di dosso. Alzò lo sguardo su di noi alternativamente, mostrando un ciuffo di peli bianchi sul petto, proprio fra le zampe anteriori.
«E lui?» chiesi io.
Il gatto miagolò fortissimo nella direzione di Malù, come a rimproverarla.
«Memeow?»

«Non capisco. Come possibile tu non sentito aria di neve?»
«Aria di neve?» chiesi io, perplessa.
«Aria di neve, certo. Quando tu sai che qualcosa accadrà no perché qualcuno ti dice, ma perché senti profumo diverso intorno a te» confermò agitando nell’aria le sue lunghissime dita da pianista.

Il rapporto tra Malù e Mycroft aveva qualcosa di magnetico, di magico. Non saprei dire se fosse lei ad assomigliare a un gatto, o lui a essere quasi umano. Ma erano una cosa sola, due corpi e un’anima. E una coda, naturalmente.

«Hai un cervello fenomenale, Malù» le dissi senza nascondere la mia ammirazione.
«Solo un po’ allenato. Io sono un’archeologa, il mio lavoro consiste nell’osservare gli oggetti e capire cosa hanno da dire: ogni azione umana, per futile che sia, lascia una traccia materiale, un segno, e quel segno racconta una storia. Stai in silenzio a farli parlare, fagli le domande giuste, e loro te la racconteranno. Il fatto che non parlino con la voce, come vedi, è un problema sormontabile.»
Abbassò gli occhi, chiaramente incerta se dire o no quello che stava per dire.
«Lo fanno anche le persone, a volte. Anche loro lasciano tracce, come dire... non verbali, delle cose che pensano veramente, delle loro emozioni, di pensieri anche inconsapevoli. Non sempre siamo bravi a coglierle, però.»
Forse stava parlando di lei; sicuramente stava parlando di me, anche senza saperlo.

Rum e pistacchio. Certo, l’odore predominante nella piazza era di zeppole e panzarotti, e arrivava dalla friggitoria di fianco, ma rum e pistacchio era senza dubbio un connubio da provare. Mi avvicinai a passetti cauti alla gelateria, il mio piano era semplice, come tutti i piani geniali: entrare disinvoltamente in gelateria, stupirmi con la dovuta nonchalance della presenza di Samuel, prendere un gelato e poi proporgli con un sorriso irresistibile una passeggiata, durante la quale gli avrei spiegato ogni cosa. Nancy Wilson in Amore, fragole e panna aveva fatto una cosa del genere e aveva funzionato, perché a me no? Altro che fragole e panna, io avevo rum e pistacchio dalla mia!

L’ultima mano di burraco

«Ariel, viviamo insieme da un po’, oramai, e non voglio immaginare che tu non sia in grado di procedere da sola in un processo di logica inferenziale. Giusto?».
Giusto? No, per niente giusto. La mia coinquilina archeologa/detective mi aveva impartito sì diverse lezioni di logica, molto spesso con tanto di esercitazioni sul campo ed esempi pratici, ma era la prima volta che mi metteva davanti a un problema già risolto chiedendomi di ricostruire le tappe dei suoi processi mentali. Anche perché, diciamocelo, insieme all’arte antica, allo shopping e a giocare col gatto, l’investigazione è la sua occupazione d’eccellenza, non la mia! Io, quando capita, nell’ambito degli Irregolari di via Atri ho un ruolo molto ben determinato: ascoltare, prendere appunti, paventare pericoli e rischi di ogni genere, avere paura.

Ognuno di noi, nell’economia investigativa di Via Atri 36, ha il proprio campo di azione. Kobe, forte della sua sensibilità musicale e della sua raffinata cultura nipponica, ma animato da una certa mediterranea carnalità, è specializzato nelle analisi psicologiche. Samuel è l’unità utile della task force: analista di situazioni concrete (“Sì, tutto quello che vuoi tu, ma come ha fatto X a fare Y?”), cucina, porta il gelato, e soprattutto ha la macchina: una Fiesta rossa GPL con millemila chilometri chiamata “La Vecchia Betsy”. E poi c’è Mycroft: quando non dorme, il gatto nero di Malù annusa, valuta, cogita e miagolando espone tutte le incongruenze del caso. Mycroft, sì, come il fratello di Sherlock Holmes: intelligentissimo quanto pigro, trascorre i suoi pomeriggi al Diogenes Club, un circolo di gentiluomini dove vige un’aurea regola del silenzio, e dove Sherlock e Watson vanno a consultarlo alla bisogna: effettivamente il gatto di Malù non poteva avere un nome più adeguato.

«Meow!» si rotolò ancora Mycroft sul tavolo, facendo traballare la mia tazzina mentre allungava una zampa verso la chioma bruna di Alice, che aveva smesso di sgrattolare.
«Micio, ora basta, scendi dal tavolo!» lo richiamai, anche per prendere tempo.
«Perché? È assolutamente in grado di sostenere la conversazione!»

«Fammi capire, che ti ha detto De Iuliis?»
«Niente sulla vittima. Mi ha chiesto solo di andare “se vuoi con Ariel, ma non ti portare il gatto”, a via Piscicelli 50 perché, cito ancora, “ho bisogno di un tuo parere da esperta su una cosa”.»
«Tutto top secret, insomma.»
«Be’, te l’avevo detto. In realtà, ora che ci penso, non so neanche se hanno trovato uno scavo clandestino in cortile o un morto ammazzato.»

«Dai, Mycroft, non fare così. Non possiamo portarti con noi, stavolta.»
«Meeeeeeeeeeee» proseguì lagnoso.
«Mycroft, è una scena del crimine!»
«Meeeeeeeeeeeeememememeeeee!» urlò al colmo della disperazione.
«Basta, Mycroft, sei straziante. Non puoi venire, non insistere» ribadì Malù.
«Meow!» la implorò Mycroft piantandole in faccia il più languido degli sguardi.
«Su, ti giuro che quando torniamo ti raccontiamo tutto. Promesso!»
«Meeeeeeeeeeeeeeeeeeee.»
«E poi tanto Agatha non c’è!»
«Mè.» Fu solo allora che abbassò le orecchie, saltò dalle braccia di Malù e se ne andò sinuoso a fare un sonnellino sul divano rosso.
«Ehi, sono gelosa!» gli urlò dietro Malù, poi prese la borsa con stizza e ci avviammo verso la prima scena del crimine a cui fossimo autorizzate ad accedere.

Entrammo nell’appartamento e Malù rimase dietro di me, ma non tanto lontana da impedirmi di sentirla sussurrare: «Caro Andrea, Ariel sta con un mulatto di un metro e ottantacinque che sa suonare la chitarra, legge Kafka e Murakami, e ogni sera torna a casa con un gelato diverso. Pensi davvero di avere qualche possibilità di riconquistarla? E su, tesoro, è ora che ti rassegni...»
Lo so, è acqua passata, ma adoro quando lo strapazza così.

«E porca miseria, Silvestri, il morto era già morto, non potevi cercare un parcheggio migliore?»
Andrea deglutì e aprì lo sportello.
L’ho già detto che adoro quando qualcuno lo strapazza?

Ma in quell’ambiente così patinato avvertii qualcosa di anomalo, un odore, un odore strano. Dolce e amaro a un tempo, ma gradevole. Familiare, e però difficile da identificare. Dove lo avevo già sentito?
«Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati» disse Malù sospirando.

Mi avvicinai al tavolo. Davanti a quella che doveva essere stata l’ultima posizione di Temistocle Serra c’era questa sequenza ordinata, agli altri tre lati dei mucchietti confusi di carte. Avevano giocato una partita di burraco, giusto? Be’, se i gialli sono il territorio di Malù, la letteratura sudamericana e le carte francesi modestamente sono di mia pertinenza.

Il commissario De Iuliis disse con decisione: «Io dico che è un codice, Malù».
Malù corrugò la fronte, gli occhi verdi persi nel verde del tavolo. E in quella misteriosa teoria di carte.
«Io dico che hai ragione, Teo.»

«Malù, quindi tu chiamata da polizia per risolvere delitto in calice?»
«Innanzitutto non sappiamo se si tratta di un delitto, Kobe. Temistocle Serra a quanto ne sappiamo potrebbe essersi suicidato. O essere morto in altro modo. E poi si dice codice, non calice. Un calice di vino mi servirà, e magari più di uno, per risolvere questa faccenda»

«E come lo scopriamo? Ci intrufoliamo all’obitorio nottetempo?» chiesi io con orrore, prima che lo proponesse lei, eventualità tutt’altro che improbabile.
«Meow!» fece Mycroft leggendo il terrore nei miei occhi e ficcandosi sotto il mobile del televisore con gli occhi sbarrati. Lo avrei fatto anche io, solo che lì sotto non c’entro.

Il medico legale ridacchiò: «Tesoro, tu leggi troppi gialli! Non è detto che sia per forza come nei romanzi di Agatha Christie, che il povero vecchio miliardario beve un whiskey e stramazza al suolo prima di aver avuto il tempo di dire dove si trova l’ultima copia del suo testamento o di svelare l’identità dell’ospite misterioso».
«Ah, no? E com’è?» rispose Malù, molto piccata. Le avevano toccato zia Agatha: un affronto intollerabile.

Samuel al lavoro, Kobe e Ayumi al mare, Malù chiusa nella sua stanza, non restava che immergermi nel lavoro. Il mio lavoro, parliamone. Avete presente quei romanzi oscenamente brutti che trovate al supermercato con la copertina lucida raffigurante una ragazza magra e bionda dallo sguardo languido, circondata da fogliame, e la fascetta gialla con la scritta: Un successo mondiale, 300.000 copie nel Regno Unito? Oppure quelli con un tacco a spillo, un rossetto e la Tour Eiffel? Quelli che li guardate e pensate: “Ma chi la legge ’sta porcheria?”.
Ecco, io non lo so chi la legge, ma vi posso dire chi la traduce: io.

Entrare nella vita di Temistocle Serra, scoprire vizi e virtù di un professore di matematica con moglie e figli, con la passione per la fotografia e per Charlie Brown. Scassinare l’esistenza di Serra e della sua famiglia: ecco cosa avrebbe fatto la dottoressa Marialuisa Malù Ferrari dalla mattina dopo. Impresa nella quale, ci avrei scommesso la testa, mi avrebbe coinvolta senza indugiare.

Io non avevo voglia di lavorare, era piuttosto evidente, e Malù aveva molta voglia di indagare, era parimenti evidente; decidemmo quindi di non farci i fatti nostri e dare una sbirciatina in commissariato, come se fosse un normalissimo passatempo da fanciulle dabbene.

Mi sono convinta negli anni che Napoli sia una città di turisti e turnisti: non si spiega altrimenti perché in piena mattinata i vicoli del centro storico siano affollati non solo di visitatori italiani e stranieri che in ogni periodo dell’anno assaggiano vari tipi di bontà dolci e salate tipicamente partenopee – a volte mescolandole fra di loro, orrore! –, fanno la fila per vedere il Cristo velato o scrutano la piantina alla ricerca della “via dei presepi”, ma anche di napoletani che vanno e vengono, correndo indaffarati in ogni direzione.

Il modo più semplice per entrare in un posto dove non puoi entrare è entrare e basta, e così Malù e io varcammo spavaldamente la soglia del commissariato, luogo che purtroppo e per fortuna conosciamo bene, percorremmo con sicumera il corridoio, affrettammo il passo davanti all’ufficio del mio ex, e bussammo alla porta di De Iuliis.

«Ah, il feroce, terribile, malvagio drago alato che volando per l’aria ogni cosa funesta e col ferro e col fuoco ogni essere molesta. Brutta bestia, l’amore» disse Malù sospirando.
«Non è che citando Apuleio mi dai una mano, lo sai?»
«Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre
«E neanche Shakespeare!»

Mi incamminai per un vialetto fronzuto, ma non era quello della libraia di Jennifer Cunningham, bensì quello che percorrono Elizabeth Bennet e il signor Darcy in uno degli ultimi capitoli di Orgoglio e pregiudizio. Quello sì che è un romanzo d’amore: fra le sue pagine si respirano tutte le paure, il coraggio, il dolore, la difficoltà dell’ammettere di essere fragili, di essere vulnerabili davanti a quel dio folle, feroce, testardo, sbadato che non ammette nulla che non sia se stesso; altro che le lacrimose vicende delle libraie di Notting Hill.

«Ariel, vuoi che ti grattugio matita?» mi chiese Kobe guardando la punta.
«Grazie, caro, non ce n’è bisogno... Poi ricordami di spiegarti una impercettibile sfumatura di senso fra i verbi grattugiare e temperare, ma ora va bene così.»

«Meno male che vengo con voi, non mi fiderei di lasciarvi in prossimità di una scena del crimine armate di gatto.»
«Cosa intendi dire? Insinui che Mycroft possa fare danni? Per chi lo hai preso? È stato educato con le migliori letture del genere!» replicò piccata Malù.
«È proprio questo il problema» rispose Andrea sconfortato, mettendo in moto l’auto.

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