[Intervista #17] Coffee Time with Giuseppe Galato

Ricordate quando abbiamo RECENSITO "Breve guida al suicidio"? Ebbene abbiamo intervistato l'autore Giuseppe Galato. L'intervista è stata fatta dalla nostra giornalista MariaGrazia (Direttrice del Giornale Online SannioLife)


F.B.: Ogni scrittore è prima di tutto un lettore. O almeno così si dice. Tu sei un lettore?
G.G. Naturalmente, come per ogni cosa in vita, bisogna confrontarsi con determinati aspetti del nostro vissuto prima di tutto come fruitori, poi come creatori. Quindi, si, naturalmente prima di essere uno scrittore (che parolone! Preferisco riferirmi a me stesso come “uno che scrive”) sono un lettore. Anche se sono molto pigro e passo spesso periodi in cui leggo davvero pochi romanzi e magari mi concentro più su letture “veloci”, siano esse riviste o blog. Però leggere, che coincide con l’informarsi e accrescere il proprio bagaglio culturale e esperienziale, credo sia una delle cose più importanti che uno possa fare in vita per la propria crescita personale.

F.B. Che genere di letture prediligi?
G.G. Una volta preferivo i saggi (e da qui si può capire l’impostazione del mio “Breve guida al suicidio”, che è scritto sotto forma di saggio, un finto saggio sul suicidio). Una delle mie prime passioni, che mi ha portato a leggere in modo massivo, è stata la filosofia. Ricordo ancora quando, al liceo, iniziai a leggere “Aforismi”, di Blaise Pascal: volevo suicidarmi! (tanto per rimanere in tema). Infatti non l’ho mai finito. Dovrò riprenderlo, prima o poi. Per il resto non mi pongo limiti, cerco di leggere quante più cose possibile senza legarmi a un genere o uno stile particolare. Per “Breve guida al suicidio” mi sono ispirato allo stile di Douglas Adams e in particolare a “Guida galattica per gli autostoppisti” ma anche ai libri di Woody Allen. Ricordo che lessi “Citarsi addosso” che facevo le scuole medie. Quel libro mi turbò non poco: ho avuto da allora sempre fissa in me l’immagine del tipo che aveva aperto un centro di riabilitazione per tacchini handicappati.
 
F.B. Il tuo autore preferito? 
G.G. Non saprei. Di sicuro un autore che mi ha segnato profondamente è stato Orwell (che, diciamocelo, con “1984” era stato pure ottimista, se consideriamo dove siamo arrivati con gli attuali sistemi coercitivi del pensiero che siamo riusciti a creare. In Orwell si usa la tortura fisica nei confronti dei “non allineati”: nel nostro sistema si usa molto poco. Si usa più che altro l’informazione “democratica”, si usano messaggi veicolanti che portano le persone a prendere delle finte decisioni lasciando agli individui l’illusione dell’avere una libera scelta. È una violenza psicologica di cui non ci rendiamo neanche conto e per questo più difficile da debellare). Certo, Douglas Adams è stato importante e lo adoro. In altri periodi magari ti avrei citato Calvino. Diciamo che forse è meglio non avere autori “preferiti”, si corre il rischio di diventare succubi di quelle figure, si corre il rischio di trasformarli in icone e ciò si traduce nella creazione di nuove forme di religione non tanto diverse dal fare dogmatico dei culti, siano essi religiosi, calcistici o politici. Sarebbe meglio avere dei romanzi preferiti piuttosto che autori preferiti, come sarebbe meglio avere delle idee politiche (e in continua evoluzione) piuttosto che “tifare” per questo o quel partito.

F.B. Oltre alla scrittura coltivi numerose altre passioni che fanno anche parte del tuo lavoro. Cinema, musica... Parlacene brevemente.
G.G. Si, io sono giornalista, di base. Mi occupo di cultura e principalmente di musica, che è stata la mia prima passione sin da bambino, quando passavo giornate intere a cantare le canzoni dei cartoni animati, e poi da adolescente con la scoperta del rock e l’imbracciare la chitarra. L’esperienza giornalistica mi ha portato a contatto con un sacco di figure della scena che stimo, intervistandoli, ed è bello avere un confronto del genere con personalità che ti hanno lasciato qualcosa. Scrivo canzoni da quando ero, per l’appunto, adolescente, anche se non sono mai riuscito a portare a termine un progetto concreto. Da poco ho ripreso a suonare, ho messo su una nuova band e vedremo che ne esce fuori. Intanto sto registrando un brano con una mia amica, Luana Cerbone, che verrà prodotto da Marco Bianchi (in arte Cosmo) dei Drink To Me, artista che stimo ormai da anni e con cui sono onorato di poter collaborare, visto che penso che “Brazil” e “S”, gli ultimi due album della sua band, siano di quanto più geniale sia uscito in Italia negli ultimi anni.
 
F.B. Che cosa significa, per te, scrivere? 
G.G. Penso che scrivere sia prima di tutto autoterapia, parlare con sé stessi di determinate cose che a livello conscio non vogliamo dirci, affrontare il proprio io in maniera lata, indiretta. Il nostro io è bastardo, si nasconde a noi stessi e trovarlo non è la cosa più facile di questo mondo. Scrivendo emergono aspetti inconsci di noi stessi che solo nei sogni forse riusciamo a focalizzare, per quanto distorti. Potremmo paragonare la scrittura, con le dovute differenziazioni, appunto alla formulazione di un sogno, dove contenuto manifesto e contenuto latente convivono. Questo per quanto riguarda la parte psicologica dello scrivere. Dal punto di vista sociale scrivere serve per comunicare. Una volta credevo molto di più nella comunicazione, nella possibilità di lasciare un messaggio agli altri (atteggiamento abbastanza presuntuoso, tra l’altro: alla fin fine chi mi dice che ciò che ho da dire possa essere interessante e che non siano solo una marea di stronzate?). Da tempo sono sempre più convinto, invece, che la comunicazione sia fallimentare, perché si riuscirà a comunicare solo con le persone che più o meno già la pensano come te. Quindi che senso ha? Quando un messaggio passa da persona a persona questo subisce una distorsione in base alle “credenze” della persona con cui interloquisci, che reinterpreta ciò che dici a proprio piacere: la chiamo “fallacia della comunicazione”. Molto probabilmente, ancora in maniera presuntuosa, scrivere, in fin dei conti, serve solo per ergersi al di sopra degli altri: volendola leggere psicanaliticamente e evoluzionisticamente, scrivere è una “nuova” forma di atteggiamento sessuale atto alla conquista del partner, un po’ come i pavoni che aprono la ruota e chi fra di loro ha quella più bella viene scelto dalla compagna (o compagno, se è un pavone omosessuale).
 
F.B. Parliamo del libro. Per prima cosa vogliamo soffermarci sulla scelta del tema, singolarmente attuale. Perché il suicidio? E, soprattutto, perché una guida, peraltro breve, al suicidio?
G.G. “Tristemente attuale”, direi io. Uno dei primi episodi che ho scritto parla proprio di un operaio di una grande azienda che decide di suicidarsi. Lo scrivevo due anni fa. Non voglio dire che sono stato profetico, ma la situazione, pessima, in cui viviamo, penso sia lampante già da anni (decine di anni) a chi va un attimo al di là delle apparenze e dell’informazione di regime. Ma a ‘ste persone che scelgono il suicidio direi una cosa molto più semplice: licenziatevi e vivetevi la vita al di fuori del sistema economico, diventate barboni, girovaghi, cercatevi un posto al di fuori delle logiche a cui siete stati abituati. Sono poetico? Enfatico? Romantico? Illuso? Poco realistico? Non credo che prendere una decisione del genere sia tanto più estrema di scegliere il suicidio. Pensa solo un attimo se tutti noi ci licenziassimo in massa, ritirassimo tutti i soldi dalle banche: saremmo finalmente liberi (almeno da questa spirale economica che, diciamocelo, non serve a un cazzo). Invece no, siamo abituati a pensare che il lavoro sia la più alta forma di affermazione sociale. Preferisco i nazisti con il loro “Arbeit macht frei” nei lager: almeno erano ironici. In “Breve guida al suicidio” si parla molto di lavoro, società e sistema. I primi episodi che ho scritto sono proprio incentrati sul mondo del lavoro. Per rispondere alla tua domanda, perché il suicidio? Perché penso che serva un po’ per sdrammatizzare su un pensiero che penso un po’ tutti abbiamo avuto in vita e in questo modo poter riderci sopra capendo che, tanto, prima o poi, moriamo, quindi perché accelerare il processo? La vita fa schifo? Dipende da come la guardi. E non dirò che la vita non fa schifo, perché, per la maggior parte, fa effettivamente schifo per come l’abbiamo ridotta noi esseri umani. Ma ci sono anche tante cose belle. E allora viviamoci queste cose belle. Io, di mio, non potrei mai suicidarmi: sono troppo curioso e voglio vedere come vanno avanti gli eventi. E poi ci sono tanti film annunciati per i prossimi anni che voglio assolutamente vedere.
 
F.B.: Il saggio gioca tra satira e realtà, condito con una buona dose di cinismo. Che cos'è per te il cinismo e con quale chiave di lettura è inserito nel tuo libro? 
G.G. “Gianni! Il cinismo è il profumo della vita!”, potrei risponderti, abbaiando dall’interno di una botte. Il cinismo è una forma di provocazione come reazione all’ipocrisia del “buon costume” (virgolettiamo) e del bell’apparire di facciata, degli atteggiamenti tipicamente borghesi del “si fa ma non si dice” o di quelli cattolici dei peccatori che peccano e poi si confessano lavandosi la coscienza. Il cinico, al contrario, è un puro e, soprattutto, una persona vera, coerente, che si mostra, che non ha bisogno di nascondersi dietro atteggiamenti socialmente considerati giusti (ma che per la maggiore sono solo modalità di controllo delle masse come gli esercizi che si insegnano ai cani) e che dice le cose come stanno: un sincero, in pratica. E mostra le brutture del mondo che abbiamo creato enfatizzandole, estremizzandole e ridendoci su, un po’ per provocazione, come già detto, un po’ per sdrammatizzare con la risata amara, un po’ per esorcizzare quei pensieri e eventi negativi che ci circondano giornalmente. Parafrasando, “una risata ci seppellirà”: speriamo sia la nostra.


Scritto sotto forma di saggio, “Breve Guida Al Suicidio” è una delirante analisi che, prendendo spunto dal tema del suicidio, unisce alla comicità psicanalitica e filosofica di Woody Allen il sarcasmo nonsense dei Monty Python, il tutto catapultato in un universo per certi versi accostabile a quello di “Guida Galattica Per Gli Autostoppisti”. Nel “saggio” il tema del suicidio diventa pretesto per seguire le storie di vari personaggi all’interno di un mondo non troppo dissimile dal nostro dove il cinismo e la satira sociale la fanno da padrone: politica, storia, religioni, società capitalistica, vengono stravolte e analizzate all’interno di “Breve Guida Al Suicidio”. Stravolte nella messa in scena ma non nel senso: “Breve Guida Al Suicidio”, sebbene tratti il tema con i toni del nonsense, della fantascienza, dell’assurdo, è al contempo un’attenta analisi dalla società contemporanea.Il mondo di “Breve Guida Al Suicidio”, sebbene diverso dal nostro nella forma, lo possiamo accostare al nostro nei concetti e nei rapporti sociali che ne vengono fuori.In “Breve Guida Al Suicidio” è inoltre sempre presente il gioco dei rimandi, dai nomi dei personaggi (molte volte nomi di personaggi reali stravolti) ai luoghi, dalle rivisitazioni assurde di tesi filosofiche e scientifiche alla rilettura della storia come la conosciamo.E, naturalmente, la rilettura in chiave comica del suicidio come vera e propria terapia per tutti coloro che, almeno una volta nella propria vita, hanno rivolto lo sguardo verso la possibilità di compiere “l’estremo gesto”.Un libro che tenta di essere intellettuale senza cadere in “intellettualismi".

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