La leggenda dei Moai, i giganteschi monoliti dell'Isola di Pasqua

"Moai Scultura sacra.
Monolite in peperino scolpito con asce manuali e pietre taglienti da 11 indigeni della famiglia Atan provenienti dall'Isola di Rapa Nui (Cile)
Unico esemplare esistente al mondo fuori dell'isola di Pasqua"

Se andate a Vitorchiano, dove noi siamo stati qualche tempo addietro, potrete imbattervi in questo cartello e successivamente nel gigante di pietra le cui foto scattate direttamente sul posto sono inserite all'interno del nostro articolo di oggi.
Stavolta vi raccontiamo della scultura sacra visibile in terra italica - precisamente in provincia di Viterbo - ma soprattutto della misteriosa isola al largo delle coste del Cile, custode degli enigmatici Moai.
L'ammaliante Isola di Pasqua - in lingua nativa Rapa Nui, che vuol dire "grande isola/roccia" - è una remota isola vulcanica della Polinesia, situata nell'Oceano Pacifico, ben nota per i suoi Moai, giganti di pietra le cui origini contribuiscono al fascino di una terra ricca di leggende. L'isola di Pasqua deve il suo nome al giorno in cui venne scoperta per la prima volta dagli europei tramite un esploratore olandese. Correva l'anno 1722.
Probabilmente è stata abitata fin dal V secolo d.C., ma studi più recenti fanno spostare il periodo all'VIII-XII secolo d.C.
Sulla provenienza degli abitanti ci sono due teorie: una che indica le origini polinesiane, l'altra sud-americane. Gli attuali abitanti sono comunque polinesiani.
Queste statue dalle sembianze antropomorfe chiamate Moai, termine con il quale veniva indicata la casta abitante dell'Isola di Pasqua e custode del segreto della pietra per realizzarle, hanno un aspetto comune: labbra serrate, mento alto, occhi le cui orbite vuote in passato ospitavano pupille di ossidiana circondata da una sclera di corallo bianco (a testimonianza di ciò vi è l'unico esemplare rimasto e restaurato). Si parla di quasi 900 Moai presenti su tutta l'isola, costruiti, secondo gli ultimi studi, tra il XII e il XVII secolo.
Sono per lo più statue monolitiche, ricavate e scavate da un unico blocco di tufo vulcanico, alte da 2,5 metri fino a 10 metri, ne esiste inoltre una incompleta di 21 metri.
Alcune hanno sulla testa un tozzo cilindro (pukapo) ricavato da un altro tipo di tufo di colore rossastro, questo rappresenterebbe un copricapo oppure un'acconciatura un tempo diffusa tra i maschi. Spesso sono visibili solo le teste delle statue ma al di sotto c'è quasi sempre un corpo intero. Sul dorso della statua sono incisi simboli che probabilmente riconducono all'identità dell'artista o del gruppo proprietario dell'opera.
Il significato più comune tramandato dai discendenti Maori è quello di monoliti augurali portatori di benessere e prosperità. Per questo il loro sguardo è rivolto all'interno dell'isola. Si ritiene poi che i piccoli Moai siano le rappresentazioni degli antenati defunti o di importanti personaggi della comunità a cui vennero dedicati come segni di riconoscenza, mentre per quelli più grandi vi è un significato religioso tra i vari possibili.
Ma andiamo all'aspetto leggendario.
Una leggenda narra infatti che un giorno giunsero dal cielo degli uomini uccello che potevano volare. Il loro capo, di nome Makemake, era il creatore dell'umanità, dio della fertilità e divinità principale del culto dell'uomo uccello. La sua immagine fu scolpita su alcune rocce presenti sull'isola. I colossi di pietra si muovevano grazie a una forza misteriosa che solo due sacerdoti erano in grando di controllare. Un giorno però i due sacerdoti scomparvero e da lì il lavoro di costruzione delle statue terminò. Per cui una schiera di statue è rimasta incompiuta.
Gli studiosi fanno coincidere questo periodo con il 1500.

Le statue incomplete si trovano nella cava di Rano Raraku, altre sono disperse in ogni angolo dell'isola, solo alcune, circa un quarto del totale, furono posizionate sulle loro piattaforme definitive.
Si sa che venivano scolpite direttamente nelle cave per poi essere successivamente staccate e trasportate, come è stato poi dimostrato, tramite corde e pali che ne permettevano lo spostamento in pochi giorni grazie a una squadra di una decina di persone.

Il mistero che da secoli avvolge questi iconici monoliti secondo uno tra i più recenti studi curato da Carl Lipo, professore di antropologia alla Binghamton University, sarebbe in realtà legato alle fonti di acqua dolci. Le basi di Moai si troverebbero esattamente dove sgorgava l'acqua e quindi rappresentavano, attraverso la divinizzazione degli antenati, la celebrazione e la condivisione delle preziose risorse idriche.

Ritorniamo al Moai "nostrano". Il gigante di pietra di Vitorchiano è alto 6 metri e riproduce dal punto di vista stilistico in maniera fedele gli originali dell'Isola di Pasqua. L'opera è stata realizzata a Vitorchiano nel 1990 da undici maori della famiglia Atan, originaria di Rapa Nui, giunti in Italia per promuovere il restauro delle loro statue. Viste le caratteristiche della pietra locale "il peperino", corrispondenti alla pietra vulcanica con cui sono realizzati i Moai originali, è risultata facile e diretta una riproduzione del monumento con le stesse tecniche originarie.
La realizzazione della statua è avvenuta in occasione della trasmissione televisiva "Alla ricerca dell'Arca" e dalla sua locazione originaria in piazza Umberto I è stata poi spostata dove è visibile ora, ossia sulla via Teverina.
I tratti del viso sono duri, il busto è appena scolpito. Sul capo il Moai porta il Pukapo, la grande faccia allungata è arricchita dalle orecchie lunghe e ben definite e l'ombelico sottolineato indica un centro simbolico dell'essere; le mani hanno dita lunghissime e affusolate. I pollici sono altrettanto lunghi e affusolati, leggermente rivolti verso l'alto.

Commenti

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