[Segnalazione] Tango Irregolare di Stefano Medaglia

Uscita: Settembre 2013
Prezzo: 9,90 Pagine: 262
Editoriale Fernando Folini
L'arrivo di una lettera esotica, una strana telefonata, la morte misteriosa della sorella lontana. Nell'Italia degli anni settanta, questi gli avvenimenti che strapperanno Marta - la protagonista del romanzo - alla sua vita ben ordinata, per spingerla ad un viaggio assurdo, violento e rocambolesco verso il Sud-America, alla ricerca di spiegazioni e risposte. L'atmosfera iniziale del romanzo, di tranquilla quotidianità, va via via intensificandosi emotivamente fino ad esplodere drammaticamente con l’arrivo di Marta nella sconosciuta terra argentina. Ricca di fascino e di magia ma martoriata dalla feroce repressione del regime dittatoriale, quella stessa magnifica terra la inghiottirà inspiegabilmente tra le sue spire, mandandola ad ingrossare le fila dei desaparecidos, senza apparenti ragioni. Nel tempo trascorso in prigionia, e nella fuga che miracolosamente la libererà dalla morte, dovrà affrontare i pericoli, il dolore e le violenze di una tirannia spietata. Costretta a cercare in se stessa i motivi dell'orrore di una guerra ingiusta, sonderà le proprie fragilità, sciogliendo i nodi irrisolti e compiendo scelte interiori troppo a lungo rimandate, le cui radici affondano nel tempo lontano dell'infanzia e dei ricordi. Tra gli orizzonti infiniti della terra sudamericana, colonna sonora della narrazione è il tango, non semplicemente evocato come sottofondo, ma reale protagonista e superbamente descritto nelle sue movenze sinuose e passionali. Un tango irregolare, appunto, che scandisce l'esistenza di Marta sovvertendone ogni regola, nel quale i passi sono espedienti per la sopravvivenza, e la musica un'occasione di cambiamento.
Stefano Medaglia nasce a Milano nel 1960, ma si trasferisce ancora bambino nella verde campagna varesotta, dove cresce a contatto con la natura selvaggia dei luoghi.
La ricerca di nidi e l’osservazione della fauna e della flora sono le attività che lo accompagneranno nella crescita fino all'adolescenza, quando a tenergli compagnia saranno le frequentazioni letterarie di Proust, Marquez, Pavese e altri autori contemporanei.
Pur non trascurando letture e incursioni silvane negli amati boschi, sarà in seguito fatalmente attratto dallo studio del pianoforte, e dalle sonorità suadenti del jazz e dello swing.
Terminato il liceo, si iscrive alla facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, e nel 1982 pubblica un racconto sulla pagina culturale del quotidiano sardo “L'isola”. E' la sua prima esperienza con il mondo della letteratura.
All'inizio degli anni ottanta, la frequentazione di musicisti di talento che eseguono le affascinanti musiche brasiliane farà virare la sua passione per la musica verso un altro strumento e un altro continente: la chitarra e il Sud-America. Il seguire la sua passione lo condurrà ad esibirsi dal vivo in numerosi concerti e con diversi artisti.
Dopo la laurea, inizia la carriera professionale con uno proprio studio nel capoluogo lombardo. Ancora una volta, la passione per la scrittura lo spingerà a partecipare a un concorso letterario in internet. Il suo racconto “Quella notte eravamo in dodici” non vince, ma ottiene diversi riconoscimenti spontanei dai lettori della Rete.
“Tango Irregolare” è il suo primo romanzo, pubblicato dalla Editoriale Fernando Folini.

La campagna diminuiva lentamente lasciando svanire il verde dei campi sotto il cielo azzurro polveroso di un agosto quasi esaurito. Il respiro greve della città era appena percepibile in lontananza, e il cristallo dell’automobile accentuava il colore dell’afa donandole piccole striature grigio-rosate che disegnavano un cielo di altri luoghi.
Stringendo il volante, percepivo la stanchezza delle mani per il raccolto della soia appena terminato. Avevo la sfinitezza disegnata sul viso, i polpastrelli dolenti e l’orgoglio di qualche fiacca tra le dita, come le contadine vere; ma era una stanchezza che sopportavo con leggerezza, perché concedeva, alla notte che arrivava, la profondità del sonno immenso dei bambini.
Dopo la scomparsa dei miei genitori, andavo dagli zii Gabriella e Cesare sempre volentieri, lasciando che l’immagine dello zio si sovrapponesse, nei ricordi, a quella di papà. Erano così somiglianti, avevano la stessa inflessione e lo stesso tono della voce, identiche espressioni del viso e coltivavano le stesse piccole manie: entrambi sentivano il desiderio irresistibile di annusare le cose, tutte le cose in genere.

Prese in mano la giacca, e indagandone i recessi ne trasse un biglietto da visita che riportava un indirizzo della capitale e il suo nome e cognome, seguiti dalla sua professione: musicista.
“Il mio credo non ti serva, ma prometto di telefonarti tra qualche giorno, così potrai comunicarmi la data degli spettacoli.”
“Siamo intesi, allora, aspetterò che mi chiami.”
Il resto del volo si consumò in colloqui semplici e divertenti che fecero evaporare il tempo come acqua tra le dita, e in breve arrivammo.
La vela nera e fresca della notte ci aspettava seduta sulla pancia calma dell’aeroporto, illuminando la pista d’atterraggio con lunghe strisce turchine che tremolavano sul mantello liscio dell’asfalto. Il carrello dell’aereo toccò terra svogliatamente, facendoci sentire la compressione garbata dell’atterraggio come un massaggio d’acqua sulla schiena. Toccavo terra, finalmente. Terra che mi faceva bene; terra che sapeva di cose buone.


Ecco, sono Rosita Quiroga. Mi concentro: la musica è partita. Incrocio il piede sinistro davanti al destro per i primi passi e disegno sul pavimento un otto mentre attendo il braccio di lui. Il mio corpo è calmo ma già ansante, vibrante in attesa delle note che verranno. Sento la tensione nella schiena farmi inarcare a dismisura. Mi fletto controvoglia. Sento i tendini frinire come cicale d’estate. Subito dopo le sue mani premono sulla mie spalle, e allentandomi un poco mi costringono ad allontanarmi e ad arrestarmi con la gamba piegata a novanta gradi, di nuovo attratta al suo corpo. Il mio sguardo è sul pavimento della sala, in un punto imprecisato, mentre attendo che lui mi torni incontro. Guardo ma non so guardare, nessun pubblico merita lo sguardo e nessuna ballerina lo può concedere.  Ritornano fresche le parole di Emma che, per l’ennesima volta, mi ricordano che posso eseguire l’atras solo per ritornare alla figura di partenza. E invece io vorrei disubbidire e ripartire da capo perché questo tango non mi  piace. Lui pare sfiancare il pavimento invece di sfiorarlo, ma ugualmente descrive una mezza luna sul pavimento in attesa di riprendermi le mani. Lo sento obbligarmi con una decisa pressione sui fianchi a un balance nel terzo passo della figura di  partenza. Ho i capelli  raccolti come vuole la coreografia classica del tango e lui non ha corpo né volto; il mio ballerino è elegante come certi ricordi, per questo è perfetto e irreale. Ora mi blocca con il corpo in posizione obliqua facendomi sedere sulla sua gamba destra dopo avergli girato davanti. Il suo corpo mi fa male, ma devo resistere per non rovinare tutto. Sento il suo sguardo teso sul mio, ma perdono l’errore: nessun professionista guarda mai il compagno o la compagna, e se lo fa, è uno sguardo privo di qualsiasi interesse. Oppure non è un professionista. Il bandoneòn ci avverte con un vibrato appena accennato che il tango sta per cambiare velocità. Lui si prepara al corteggiamento con una nitida lustrada, richiamando i gesti di certi guappi che si lustrano la scarpa con il retro dei pantaloni, e attirandomi a sé mi blocca i piedi nella mordita per poi lanciarmi al centro della sala in un vortice antiorario che ci farà riunire.


“C’è puzza qua dentro. Lavatela!” disse il grassone spostandosi di lato.
Subito dopo, un violento getto d’acqua mi investì in pieno. Provai a difendermi allungando le braccia e le mani verso la fonte del getto, ma era tutto inutile. Per la paura ero rimasta accucciata per terra con i dolori che si erano depositati a strati, come il limo nelle paludi, impietrita nella stessa posizione nella quale i militari mi avevano trovata aprendo la cella, mentre il flusso d’acqua continuava a investirmi. Dopo un po’ sentii che la potenza veniva aumentata e in breve fu talmente forte che iniziò a sbrindellare i vestiti, a colpirmi con dolore il viso, i capelli, le mani, che ora dovevo usare per proteggermi, per quanto fosse inutile.
Quando il martirio terminò, rimasero nella cella solo il lamento dell’acqua che defluiva via rossa, e l’ufficiale grasso piantato sulla porta. In controluce, per quanto male riuscissi a vedere, la sua testa nera appariva spropositatamente piccola sopra il voluminoso corpo che la sosteneva.
Rimase lì immobile a guardarmi, nascosto nella penombra viola della cella per qualche minuto. Poi sembrò prendere coraggio e mi si avvicinò, toccandomi il ginocchio destro con la punta degli scarponi. Sembrava impaurito, come se potesse temermi in quanto potenzialmente pericolosa. Mi ordinò di alzarmi, ma l’orrore aveva accompagnato il corpo in un’altra dimensione, perciò non riuscivo a reagire. Mai avevo pensato così lucidamente alla morte e mai quell’idea mi era apparsa tanto grata. L’ufficiale, urlando, faceva domande, dava ordini, e dai modi non era possibile distinguere se si rivolgesse ad un uomo o a una donna. La sua collera, nel frattempo, pareva montare di istante in istante dentro la cella, come certi dolci che stanno a lievitare nel forno. Ma da questo, ahimè, non sarebbe scaturita alcuna dolcezza. Così capitò che più quello urlava, e più dentro me il dolore, la paura e la consapevolezza tendevano a diminuire fino a sparire. Nonostante il dolore fosse un’onda traboccante, ogni sensazione corporea era svanita; ero decarnata, priva di vita pur vivendo. Anche la voce era sparita, le parole restavano chiuse dentro, bloccate nella bocca senza nemmeno riuscire a formulare l’intimità di un pensiero: ero del tutto incosciente, avevo abbandonato il corpo. Lasciato lì, alle sue mani incuranti per essere depredato nuovamente, per essere umiliato altre volte.


Di fianco a me è il piede destro di Helenìto Ortiz che si aggancia al mio destro a mo’ di pedale, e imprimendo un movimento circolare al resto del mio corpo mi lancia al centro della sala; la musica è già altissima: si interpreta “Triunfal” un brano di Anibal Troìlo. Mi volto. Osservo Helenìto compiere el calabre, una specie di crampo che serve per far risaltare la figura che ho appena terminato. Un paso atras all’indietro di lui che mi chiede di nuovo di sparare guardandomi negli occhi con fissità. Io non sostengo il suo sguardo perché è sempre un errore, e volteggio ancora una volta compiendo un perfetto ocho, e poi di nuovo al centro della sala battendo con il piede un colpo sul pavimento. Di nuovo Helenìto mi comanda con un gesto e mi attrae a sé con violenza ancor maggiore.
“Dai spara. Spara, spara che è ora, brutta puttana. Spara a questo sacco di merda... spara, spara, sparagli adesso.”
La luce è accecante e bollente sulla pelle, la seta del vestito mi si incolla agli spiccioli di pelle scoperta della schiena. Sento il mio sudore sprofondare al centro del mio corpo, attratto anch’esso dalla centrifuga della danza. Resisto. Resisto ancora ai suoi comandi. Helenìto Ortiz è un tanguero straordinario e imprevedibile: con lui non si sa mai come andrà a finire e quale figure ti richiederà; e infatti, invertendo il parallelismo dei piedi, mi invita a un traspié. Ora siamo speculari ma un istante dopo, in un cambio di fronte a centoottanta gradi (la sua media vuelta è famosa e sempre perfetta), mi induce a nuovi otto passi per chiudere el quadrado. Sento il mio corpo comprimersi e restringersi come lo strumento di Anibal Troìlo. Sto ballando con Helenìto Ortiz che misteriosamente mi comanda con lo sguardo, e il suo piglio pare dirmi: uccidi, uccidi, uccidi.
Adesso sento che mi sta stringendo e mi solleva l’altro braccio, quello che stringe le nacchere, con il suo libero, e davvero imprevedibilmente il suo ginocchio urta il mio con violenza. Lo guardo, forse trasognata, ma la musica mi  prende di nuovo. Ora è fortissima, le corde del contrabbasso pizzicate con vigore sembrano spari, note-spari che rimbombano nel tripudio degli astanti, e dopo aver disegnato una “esse” con il piede destro, Helenìto mi costringe a una nuova figura, una specie di balance nella quale, invece di farmi arrestare in posizione obliqua, quasi mi fa cascare in terra. Sento un corpo che mi invade ma non capisco in che modo. È come un’onda liquida, vischiosa e calda, e una sensazione orribile mi strappa dal sogno.


Mi avvicinai a lui e con dolcezza gli baciai la bocca. Subito dopo aggiunsi:
“No, non era quello che volevo dire, e in realtà non so nemmeno esattamente cosa volessi dire; forse che il dolore è un'occasione e non si deve sprecarla” sussurrai al suo sguardo.
“Marta, cazzo, io non ti capisco. Che significa ‘il  dolore è un’occasione’?”
“Significa ciò che ho detto.”
“Cioè?”
“Che se un dolore non lo sai capire, metabolizzare, non ti ci puoi confrontare e allora diventa un dolore inutile, fatto solo di vuoto, che non ti servirà a nulla se non a star male; ma se al contrario lo elabori o lo utilizzi come fosse una piattaforma di lancio, o di rilancio che forse è più appropriato, allora può diventare l'occasione che cercavi per superarlo. Per essere migliore, forse ...”
“Già, per essere migliore. Ma poi migliori quando si diventa? Chi o cosa ci rende migliori, se non stabiliamo un confronto certo con il nostro percorso personale?”
“Ma è proprio questo il punto, Chilo: l'accettazione del passato! Si diventa migliori quando il confronto di cui tu parli ci permette di misurare il mondo con un'intelligenza emotiva più attenta, maggiormente evoluta. Si comprendono gli errori fatti quando sentiamo profondamente quel senso di dignità e responsabilità che ci permette di andare avanti con coraggio e intelligenza. Diventiamo migliori quando siamo capaci di comprendere e prevenire il dolore che negli altri creano le parole, i gesti e i nostri pensieri, ma anche quando il perdono è totale e non prevede garanzie o assoluzioni perché non c'è più tempo, perché quello che ci è stato concesso è terminato. È quando decidi di lasciare i vestiti in un prato e te ne vai via con la sola pelle perché non hai più bisogno di coperture, di giustificazioni, di piccole menzogne che, come vestiti, sembrano proteggerci e invece ci distanziano, ci allontanano all'infinito dalle nostre vere necessità, dalle nostre realtà. Ci confondono a tal punto da farci credere che siamo un colore, una forma, un tessuto o un'ideologia, e siamo così straordinariamente bravi a mentire a noi stessi che, alla fine, crediamo in quello che vediamo.




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