Amore & Rapporti di coppia

Buongiorno miei cari! Oggi presentiamo un libro interessante. Un romanzo vivace che, con estrema leggerezza e ironia, affronta il tema dell'amore e dei rapporti di coppia.

IL LIBRO

E se un giorno ti rendessi conto di essere prigioniero di un amore malato? Che faresti? Mollare? Insistere? Esiste una soluzione?
Eugenio è uno scrittore la cui prima aspirazione è sempre stata quella di essere felice. A trentacinque anni, però, si ritrova stretto in una relazione frustrante, non ha veri amici, è sempre più solo, senza speranze né prospettive. Da troppo tempo ormai vive una storia soffocante con Addolorata: i due si disprezzano, stanno male insieme, ma non riescono a prendere l’unica decisione che sarebbe opportuno prendere, quella di lasciarsi. A salvare Eugenio dallo sconforto e dall’apatia che ormai caratterizzano le sue giornate è l’incontro telematico con un’intraprendente lettrice, nonché sua ammiratrice, che grazie a uno scambio di email dapprima sporadico, poi sempre più intenso, riuscirà a strappare il protagonista alla sua cronica insoddisfazione, dandogli motivo di rinnovare la sua voglia di vivere nella ricerca della felicità. Il vero amore alla fine soppianterà quello malato, portando la storia a un lieto fine che poteva non essere così scontato. I complicati meccanismi che regolano l’attrazione tra uomini e donne, portando spesso a fraintendimenti e inganni, sono al centro di questo libro che è un po’ trattato filosofico, un po’ diario di vita vissuta.
Un romanzo vivace che, con estrema leggerezza e ironia, affronta il tema dell’amore e dei rapporti di coppia per una disamina elegante delle dinamiche, spesso perverse, spesso viziate, che stanno al fondo dei legami sentimentali in quest’epoca, ancora incomprensibile e così piena di insidie.

AUTORE

Mauro Zucconi è nato a Piacenza ed è laureato in Filosofia. Fra i suoi libri, Come diventare il mio cane (Unwired Media), Prima di lasciarmi passa almeno lo straccio (Barbera) e In caso di spontaneità (Edizioni e/o). Ha collaborato con «Il Secolo XIX» e attualmente scrive per la rivista «Wu Magazine».

ESTRATTO

Io non solo non mi potevo consolare con altro che non fosse la mia solitudine, ma avevo anche una specie di cappa o di nebbia interiore che mi faceva sentire il mio presente come un passato e il mio futuro come un passato e, ma questo mi sa che è normale, il mio passato come un passato, ma troppo lontano.
Anche se avevo trentacinque anni e in teoria una serie illimitata di possibilità, me ne sentivo mille e consideravo di aver esaurito la mia esperienza esistenziale che, posso dirlo, era stata nel complesso un fallimento lugubre.
Perché nella vita avevo sempre voluto una cosa, sin da bambino: essere felice.
Che cosa banale, lo so. Però è quello che ciascuno di noi vuole, non è che uno per fare l’originale può dire: «La cosa che mi interessa di più è essere infelice». Sarebbe anche un po’ scemo. Allora, le cose, meglio tenerle semplici.
La felicità è quello che la nostra natura ci porta a volere più di tutto il resto, alla fine.
Non si parla di un desiderio che potrebbe essere così o anche diverso, si parla della destinazione verso cui la forza misteriosa che nasce dalla nostra configurazione cellulare tende in modo cieco e automatico.
Che io me la figuro come un magnetismo, questa forza, un’attrazione invisibile e irresistibile che è così e basta, e che è così e basta perché noisiamo così e basta: noi siamo la struttura deambulante del nostro desiderio di felicità. Che è una forza fisica, o la sua manifestazione antropomorfa.
E la mia strada per arrivare alla felicità, ho sempre pensato, era trovare la mia donna, il cosiddetto amore di una vita.
Il sospetto che quest’idea un po’ scema mi venisse dall’aver visto troppi film con Meg Ryan e dall’aver ascoltato troppe canzoni di Bon Jovi quando ero piccolo l’ho sempre avuto, però probabilmente deriva anche da un’altra cosa un po’ più seria.
Mio padre, infatti, aveva trovato mia madre quando lei aveva solo tredici anni e se l’era tenuta per tutto quel tempo – e lei si era tenuta lui, è chiaro – e questo aveva prodotto una famiglia dove la felicità e la ricerca della felicità come unico scopo della vita erano date per scontate.
I miei genitori mi hanno lasciato germogliare nella più totale libertà di cercarmi la mia strada per la felicità, e anche se hanno tentato di educarmi e di indirizzarmi come tutti i genitori di questo mondo verso ciò che secondo loro poteva essere la strada giusta, alla fine mi hanno anche sempre lasciato libero di non seguirla e di prenderne un’altra.
Così io, a dodici o tredici anni, avevo le idee chiarissime: la felicità era una donna.
E questa donna me la immaginavo con molta precisione, anche: doveva essere magra, bella, con i capelli neri, la carnagione chiara e un grande senso dell’umorismo, ma nero e cinico come il mio; non doveva arrabbiarsi mai, essere sempre positiva e contenta e avere anche lei ben presente che se c’è una cosa in questo mondo che possiamo dare per scontata, è la necessità, egoistica se vogliamo, individualistica in un certo senso, di perseguire insieme la felicità attraverso la gioia.
Una ricerca della gioia con gioia, non una ricerca della gioia senza gioia, come aveva detto non so più che antropologo, e di certo non una ricerca della felicità attraverso l’infelicità.
Perciò, considerando questi fatti che ho appena confusamente elencato, posso giudicare ben strano che dopo trentacinque anni di vita fossi arrivato al punto di considerarmi già morto, tutto circondato da un sarcofago incrostato pieno di nebbia velenosa e puzzolente, e che dicessi al telefono a mia madre di rassegnarci a una vita senza amore.
E ancora di più mi sembrava assurdo essere fidanzato con una ragazza che non mi piaceva, priva di senso dell’umorismo, sempre arrabbiata, sempre negativa, sempre triste e che aveva la fissazione di perseguire l’infelicità attraverso l’infelicità.
Quando avevo conosciuto Addolorata avevo notato subito la sua incontenibile tristezza e scioccamente avevo pensato di poterla trasformare in contentezza.

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