9 febbraio 2017

[Rubrica:TeenReview#59] Recenione - Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson


Buon pomeriggio lettori.
Buon giovedì!
Il libro di cui vi andrò a parlare oggi è stato molto apprezzato dalla massa e abbastanza pubblicizzato.
Avevo, quindi, grandi aspettative per questo libro e sono felice di dire che non sono state deluse.

«Io non mi chiamo Miriam», dice di colpo un’elegante signora svedese il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno, di fronte al bracciale con il nome inciso che le regala la famiglia. Quella che le sfugge è una verità tenuta nascosta per settant’anni, ma che ora sente il bisogno e il dovere di confessare alla sua giovane nipote: la storia di una ragazzina rom di nome Malika che sopravvisse ai campi di concentramento fingendosi ebrea, infilando i vestiti di una coetanea morta durante il viaggio da Auschwitz a Ravensbrück. Così Malika diventò Miriam, e per paura di essere esclusa, abbandonata a se stessa, o per un disperato desiderio di appartenenza continuò sempre a mentire, anche quando fu accolta calorosamente nella Svezia del dopoguerra, dove i rom, malgrado tutto, erano ancora perseguitati. Dando voce e corpo a una donna non ebrea che ha vissuto sulla propria pelle l’Olocausto, Majgull Axelsson affronta con rara delicatezza e profonda empatia uno dei capitoli più dolorosi della storia d’Europa e il destino poco noto del fiero popolo rom, che osò ribellarsi con ogni mezzo alle SS di Auschwitz. 

Per me questo libro è stato una scoperta.
E' come se mi si fosse aperto un mondo.
Sia perché è il primo libreo dell'Iperborea che leggo (casa editrice che si occupa di opere prevalentemente di autori Nord Europei) sia perchè è il primo romanzo sull'Olocausto.

Se ci pensate, sull'Olocausto ci sono solo testimonianze delle vittime non romanzi ( a parte "Il bambino con il pigiama a righe", certo. Ma quello è visto dagli occhi di un bambino tedesco, no da una vittima).

Un'altra novità è che la protagonista è Rom, non ebrea.
Molto spesso quando pensiamo all'Olocausto, il nostro pensiero va direttamente agli Ebrei.
In "Io non mi chiamo Miriam" vediamo anche la vita nel campo dal punto di vista dei Rom e anche
delle comuniste svedesi...

Però, pensandoci,questo libro non è neanche da etichettare come romanzo sull'olocausto.
Nel libro sono affrontati molti temi, suddivisi in tre fasce temporali:
- La prima è quella ambientata nel presente, in cui vi è una Miriam ormai anziana dove vediamo la difficoltà dei rapporti familiari.
-La seconda è ambienta nel presente e riguarda la sua detenzione nei campi di Auschwitz e Ravensbruck. Dove appunto viene descritta la vita nei campi, gli esperimenti e le punizioni.
-La terza è ambientata dopo la liberazione di Miriam da Ravensbruck e vedremo la sua vita dopo essere stata adottata da Hanna, una signora Svedese.

Lo stile è scorrevole e piacevole.
L'autrice descrive in modo preciso e dettagliato la vita nei campi (per reperire il materiale ed elaborarlo ci sono voluti due anni) e in Svezia. Mentre leggevo riuscivo quasi a vedere la casa di Hanna con tutti i suoi mobili e servizi di porcellana.

Spero di leggere altro di quest'autrice. Per ora questo è l'unico libro pubblicato dall'Iperborea.

Spero in una prossima pubblicazione!

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