[BlogTour] Nativi Digitali in Tour


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Il portone della chiesa si chiuse in silenzio alle spalle di Jude. Tra quelle mura che lasciavano fuori i rumori del traffico e il calore dell’estate, il ragazzo fu sorpreso di non sentirsi del tutto fuori luogo. Ricordava che da bambino, quando tendeva a non far crescer più l’erba ovunque passasse, gli veniva naturale adeguarsi alla quiete protetta dei luoghi sacri. Non stava seduto per tutta la funzione, ovviamente, ma le sue esplorazioni tra colonne, altari e statue di Madonne con rosari in mano erano tranquille, quasi solenni e insolitamente non dannose. Rimase con le mani in tasca a guardare le schegge di luce colorata che filtravano dal rosone.
Jude non metteva piede in una chiesa da quando aveva dodici anni, da quando era morta sua madre. Il motivo ufficiale era che da allora aveva rotto con Dio. Si chiedeva come fosse possibile ringraziare, lodare o persino rivolgere la parola a chi gli aveva fatto una cosa del genere. Era un rancore vivo, a volte anche urlato in invettive blasfeme e bestemmie, più utile ad affrontare il dolore che non la perdita della fede e, con essa, di ogni speranza che lei esistesse ancora, da qualche parte e in qualche modo. E poi, essere vittima di una tale impagabile ingiustizia serviva anche ad avere ampi margini di manovra nel campo dell’etica.
Si sedette e controllò il cellulare. Tre chiamate da suo padre. Cinque messaggi a cui non avrebbe risposto.
Ripose il cellulare e cercò di mettersi comodo su un banco di legno. Impresa che si rivelò impossibile. Decise di sdraiarcisi sopra, la testa sullo zaino come su un cuscino, certo che nessuno avrebbe avuto da ridire. E se anche avessero avuto da ridire, sarebbe stato un modo come un altro per passare il tempo. Calcolò di non poter tornare a casa per almeno altre cinque ore, il minimo indispensabile perché delle immagini di lui in bicicletta spiaccicato contro a un tir cominciassero a frullare nella testa di suo padre.
Gli aveva annunciato che avrebbe avuto un bambino.
Lo aveva fatto via sms, ovviamente, non era mica scemo. Ora doveva solo posticipare l’inevitabile.
Quel posto gli ricordava sua madre.
Maureen ci teneva ad andare a messa tutte le domeniche. Ci teneva quasi quanto stare a letto fino a tardi. A Jude tornò vivida in mente l’immagine di lei che correva per arrivare in tempo alla funzione pasquale delle 11, mentre con una mano spingeva il passeggino con il figlio più piccolo e con l’altra cercava di acchiappare quella del maggiore che saltava su e giù dal marciapiede, e a metà strada li aveva sorpresi la pioggia che benediceva quasi ogni domenica dublinese, e Maureen si era accorta di avere ai piedi delle ciabatte fradice e per qualche secondo era rimasta indecisa se tornare indietro ma alla fine aveva urlato “run, run!” ed erano arrivati in chiesa bagnati fino alle mutande e stremati dalle risate.
Jude non sapeva dire con precisione quando il ricordo di sua madre avesse smesso di togliergli il respiro. Soprattutto da quando aspettava la nascita di suo figlio, gli pareva che quel lancinante senso di perdita si fosse fatto via via più rarefatto e tollerabile, finché non era diventato un nodo di nostalgia che andava a piazzarsi tra lo sterno e la gola. Lo scacciò deglutendo.
“Alzati subito”
Jude riconobbe quella voce secca come un colpo di frusta.
“Dio, uccidimi” disse. Si alzò sui gomiti e rivolse un largo sorriso a suor Domitilla che lo guardava con le labbra serrate e il rosario stretto forte in pugno.
“Alzati, metti immediatamente giù i piedi - soffiò la suora - sei in chiesa. Non hai un minimo di rispetto”.
Il ragazzo si mise seduto a gambe incrociate, chinò le spalle e guardò la suora da sopra gli occhiali. Ok, il gioco poteva cominciare.
“Vi riempite la bocca che questa è la casa del Signore qui, questa è la casa di tutti là, poi basta accomodarsi un attimo per essere sbattuti fuori?”
“Va’ a casa, Jude” disse suor Domitilla, gelida.
“Non posso”
“Perché? Che hai fatto?”
“Ho messo incinta una ragazza”
La suora aprì la bocca, ma non disse nulla. Jude non poté crogiolarsi nella soddisfazione di averla fatta vacillare. Negli occhi di suor Domitilla non vide altro che autentico dolore e compassione. Per lui. Era davvero un miserabile? Poteva davvero l’unica cosa che lo rendesse felice portare sofferenza a tutti gli altri? Anche con la futura madre di suo figlio non faceva che litigare. D’un tratto la prospettiva di affrontare suo padre si fece davvero fosca, e non per le botte che avrebbe ricevuto. Ebbe voglia di piangere.
“Questa cosa - disse la suora con voce calma - andrà a finire male?”
L’interrogativo lo sorprese. Ricacciò indietro le lacrime.
“No! E non me ne frega niente di quello che pensate, di quello che pensano tutti. Questa cosa si farà e basta!”
Afferrò lo zaino e si diresse deciso verso il portone della chiesa.
“Che Dio v’assista!” disse suor Domitilla, ma Jude non si voltò. Guardò il cellulare. Lesse l’ultimo sms.
“Vieni a casa coglione”
Forza e coraggio, pensò. Inforcò la bicicletta. Sarebbe stata una lunga serata. 

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